14 Gen 2018

La guerra incessante fra i generi

 Sarebbe auspicabile che gli scontri che si vanno consumando tra gli universi maschile e femminile non diventassero una guerra feroce senza esclusione di colpi così come pare stia accadendo. I maltrattamenti familiari, in Italia, si sono tramutati in parte in omicidi che tolgono di mezzo una volta per tutte il coniuge da distruggere, di solito una donna. Anche coloro che perpetrano il crimine, però, in molti casi finiscono col togliersi la vita….http://www.controluce.it/notizie/la-guerra-incessante-fra-i-generi/ (immagine web)

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08 Gen 2018

Anda(n)ti con brio

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Vignetta di Altan

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22 Dic 2017

Poesia d’inverno – Le nature spirituali di Enrico Fraccacreta

 (…) La natura, per quanto oppressa dall’uomo, lascia nella sua poesia testimonianze ricche di magie notturne e diurne; tra luci diafane, danze di foglie, canti d’uccelli, balbettii di bacche, la poetica di Fraccacreta matura confrontandosi con la lezione del tempo e i mutamenti del paesaggio. (…) L’uomo contemporaneo, in mancanza di vasti universi sconosciuti da esplorare, sembra avere ancora a propria disposizione il mondo inesplorato degli affetti, laddove questo riesca a tenersi lontano da stereotipi volgari. continua sulla Rivista on-line Scritture http://www.scritture.net/mag/nature-spirituali-fraccacreta-poesia/ ….

 

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05 Dic 2017

Natale e panettone fai da te….

A metà novembre, se non prima, i supermercati sono già debordanti di panettoni e pandori. Affinandosi il gusto del cibo d’ogni qualità, anche piccoli e grandi produttori di dolci tradizionali ne hanno sviluppato gamme infinite. Quest’anno pare ‘vinca’ un panettone con crema allo zenzero, spezia in forma di rizoma di gran moda e infinite virtù, e si è ampliata l’offerta dei prodotti senza glutine. Ma gli esperti in materia si staranno già domandando se quello allo zenzero è un dolce con burro o grassi derivati dalla soia, se c’è latte nell’impasto, con o senza lattosio, se nel dolce sia presente uvetta e ammollata in quale liquido (brandy, vino); se i canditi siano del tutto tali o semi-canditi…per districarvi provate anche a leggere la classifica dei 50 migliori panettoni del 2017 sul sito della rivista specializzata www.lacucinaitaliana.it, da restare a bocca aperta (e acquolina…in bocca).

Leggi su: http://www.controluce.it/notizie/il-dolce-di-natale-e-fai-da-te/

 

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11 Nov 2017

Borgo San Paolo: storie del Caimano e…di Faustina

L’articolo, in una versione in minima parte differente, appare sulla Rivista Castelli Romani – vicende, uomini, folclore Anno LVII (Anno XXV nuova serie) – Luglio/Agosto 2017 – La rivista è reperibile in edicola e in libreria o scrivendo a: Arti Grafiche Ariccia, via B.go San Rocco, 128 – 00072 Ariccia (RM)

«Il Borgo corrisponde, grosso modo, al cosiddetto Tridente. Anche quest’impianto viario risale ai primi decenni del Seicento, quando ad Albano, sotto il principato di Paolo e Federico Savelli, si diede inizio all’ampliamento urbanistico (…) proseguito dagli Abati Commendatari i Cardinali Giulio, Fabrizio e Paolo Savelli (metà del 1600 circa).

(…) Punto focale del tante volte citato ‘Tridente’, sono la chiesa di San Paolo e l’antistante Piazza. Da qui si dipartono – o se volete giungono – a ventaglio, le tre vie: Via Prima di San Paolo, o Paolina (attuale via Aurelio Saffi); la Seconda di San Paolo o via di Mezzo (odierna via San Gaspare del Bufalo), ed infine la Terza via di San Paolo, o del Borgo nuovo, (ora via Leonardo Murialdo).»*

Opera di Antonio Ligabue

Ecco. Da quel quartiere, uno dei più antichi di Alba Longa – Albanum, Albano, la piazza San Pavelo, o San Paolo, circoscritta prima dalle mura ciclopiche del Castrum di Settimio Severo e poi da quelle severe e occlusive dei conventi, scendeva e saliva di tutto. Soprattutto scendeva, certo per poi risalire, ma poiché quello è un tridente la risalita con mezzi restava un mistero. A metà degli anni ’70, così come oggi, se si poteva venire giù dritti per la via centrale dal culmine del tridente barocco, con una moto o un’auto, si doveva poi risalire per l’austera, bellissima e decadente via Saffi o per l’altrettanto storica, ma più modesta, via Leonardo Murialdo ed ecco fatto che chi scendeva da via San Gaspare del Bufalo non c’era verso di vederlo risalire. Scendeva la pioggia scrosciante a rivoli, veniva in discesa sui sampietrini lustri, e calava il vento tiepido di primavera che prima carezzava la costruzione del seminario e la piazza con le ricche chiome verde tenero dei platani, e poi scendeva, a razzo o’ Caimano. O’ Caimano, o il Caimano, come lo chiameremo di seguito per opportunità, era un vecchio leone di cui nessuno conosceva bene la storia, che abitava in un non meglio precisato rifugio presso l’ex Casino Maratti, di cui poi diremo, e veniva giù a rotta di collo su una moto storica: rigido come uno stoccafisso, vagamente somigliante al Flavio Bucci dello sceneggiato sulla vita del pittore Antonio Ligabue. L’epiteto di Caimano glielo regalava, forse, una smorfia sghemba e fissa come quella del rettile che aspetta la preda, qualcosa fra il sorriso, la fessura tratta da un coltello sulla carne e poi rimarginata, sotto una bocca di rudi baffi baffuta e il dorso irrigidito con i gomiti tenuti aperti come per una danza tribale mentre impugnava il manubrio del cavallo di ferro.

Si appalesava in cima alla collina del seminario in tarda mattinata, lo annunciava il rombo d’epoca come in un ferroso mezzogiorno di fuoco e l’avvertimento minaccioso era tutto per noi ragazzini: noialtri cominciavamo a scansare la palla, i carretti costruiti coi cuscinetti a sfera e smontavamo per tempo le girate di corda in cui la fila di maschi e femmine s’avvicendava vociante, festosa.

La strada nostra era un mistero a tutte le ore. Si giocava in discesa, e garantisco per tutti quelli che c’erano, che bisogna allenare la fantasia a disposizioni sempre nuove per non far rotolare qualsiasi cosa a valle: avevamo pure pletore di tricicli coi più piccoli, incluso mio fratello (un pignolo già da allora) che poi pretendeva di farsi saldare i guasti del suo dal proprietario d’una bottega di riparazioni qualche centinaio di metri più giù (il quale quando lo vedeva piccolo e accigliato col triciclo a mano cominciava a ridere dalla porta…). Altro mistero, le ginocchia e le mani si facevano nere in un minuto: non ricordo vestitini in quegli anni, se non uno rosa delicatissimo e il cerchietto di velluto coi fiori per le uscite con i miei, né ricordo, mai, le mani pulite. Dopo la discesa rumorosa, scenica e sferragliante del Caimano – sono sicura che non sarebbe sceso senza incuterci un timore barbino che ci faceva rimanere gola secca e bocca aperta a guardarlo muti – saliva verso il seminario per il pranzo, dal proprio illustre ed elegante palazzo, il vescovo. Non saliva da solo, ma con un breve stuolo di preti e pretini e noi c’avvicendavamo a baciargli le mani curate e inanellate e mentre lo accoglievamo qualcuno dallo stuolo elargiva caramelle dalla tasca interna all’abito talare. Risaputa la scena settimanale, o addirittura giornaliera nei periodi in cui non avevamo scuola, le caramelle uscivano con sempre maggiore lentezza da quella tasca, che con noi aguzzini di dolciumi a gratise la spesa sarebbe divenuta ben presto poco sostenibile. Nel pomeriggio, certi che non sarebbe passato nessun personaggio notevole, compravamo a botte di cinque lire a volta i pescetti di liquerizia duri e neri come la pece e le fragole dal cuore tenero di zucchero rossastro alla bottega del caffè e del latte su via Saffi.

Figure gentili percorsero quelle strade del tridente fra cui Faustina Maratti, figlia dell’illustre pittore marchigiano ed illustre ella stessa. Pare, infatti, che fallito in quel di Genzano il tentativo di ratto a suo danno da parte di Giangiorgio Sforza Cesarini, l’affezionato padre non la ricondusse di corsa a Roma ma tentò la via della mediazione cercando una abitazione confacente alla famiglia in un borgo altrettanto incantevole e dall’aria salubre, Albano, per l’appunto. Faustina, oltre che sul grande affetto paterno, poté contare su una educazione colta «che comprese il canto, la danza, la musica (suonava il clavicembalo), la lingua spagnola e, sotto la guida del padre, la pittura»*. Ebbe, inoltre, un matrimonio felice con Giovambattista Felice Zappi, avvocato e poeta arcadico che col nome di Tirsi Leucasio fu tra i fondatori dell’Accademia, e di cui conosciamo la raccolta postuma di Rime del 1723 pubblicate assieme a quelle composte da sua moglie.

Faustina, nota nell’Arcadia come Aglauro Cidonia, coltivò un verso che ricorda la naturale gentilezza del Petrarca seppure contenuto in uno schema compositivo ben preciso. I suoi componimenti, specialmente quelli dedicati alla prematura morte del figlio Rinaldo, di appena due anni, e al suo ideale femminino, ispirato alle mitiche virtù di Lucrezia Romana, furono giudicati già dai contemporanei toccanti e mai gratuiti. Scrive Faustina:

 

«Ovunque il passo volgo, o il guardo io giro,

 

Parmi pur sempre riveder l’amato

 

Dolce mio figlio, non col guardo usato

 

Ma con quel, per cui sol piango, e sospiro.

 

E tuttavia mi sembra, assisa in giro

 

Del piccol letticciuolo al destro lato,

 

Udir le voci, e scorger l’affannato

 

Fianco, ond’a forza egli traea respiro.

 

Poco aspro è forse il duol, che diemmi morte,

 

Togliendo al caro figlio i bei primi Anni,

 

Che vieni o rimembranza, e il fai più forte.

 

Ma tutti almen non rinnovarmi i danni:

 

Ti basti il rammentar l’ore sue corte,

 

E ad uno ad un non mi contar gli affanni.»

E ancora:

«Questa che in bianco ammanto, e in bianco velo
     Pinse il mio Genitor modesta e bella,
È la casta Romana Verginella,
Che il gran prodigio meritò dal Cielo.
(…)

Di fuor traluce il bel candido cuore:
     E dir sembra l’immago in questi accenti
A chi la mira, e il parlar muto intende:
Gli Eroi latini a forza di valore
Difenda pur, che a forza di portenti
Le Vergini Romane il Ciel difende.»

 Negli anni felici del loro matrimonio, gli Zappi aprirono il loro salotto ad alcune fra le personalità più interessanti dell’epoca, tra cui Georg Friedrich Händel, Domenico Scarlatti, Giovanni Vincenzo Gravina e Giovanni Mario Crescimbeni. A Faustina, purtroppo, arrivarono altri dispiaceri dai Castelli Romani: alcuni anni dopo la prematura morte del marito, Francesco, un ragazzo di Albano, dichiarò di essere figlio della relazione tra Faustina e Giangiorgio Sforza Cesarini. Il processo per uscire indenne dalla calunnia durò circa vent’anni fin quasi a ridosso della morte che la trovò nel 1745, infine, innocente.

Faustina passò alla storia quale poetessa dell’Arcadia, donna di grande bellezza e intelligenza, e perciò incline al riso, nonostante lutti e calunnie che la colpirono. Spirito indomito, restata vedova ed in età matura così rispondeva nel 1732 al suo assiduo ammiratore Camillo Zamperi di Imola:

«Mi siete così accuore, che non posso leggere i vostri caratteri senza non risentirne un piacere così intenso, che in quel momento io giurerei, che voi a me presente, ch’io vi veggo, ch’io vi palpo, e che io cento altre baie d’attorno vi faccia. E se non fosse il tanto onore che vi fanno le catene a cui siete legato, chissà, cosa mi parrebbe, e mi verrebbe voglia di fare?… Ah, che voi non potrete farlo, né allora che potevate avete avuto spirito; onde vi consiglio a tacere, e confondervi nella vostra somma coglionaggine.» *

Ora non resta che incamminarsi per quelle strade confortati dalle figure che nel tempo le hanno attraversate ma… la botteguccia delle caramelle è sparita, Palazzo Pamphilj, re del Tridente, alto e nobile davanti la luce struggente del tramonto, rischia di cadere giù una volta per tutte. A me passarci, per quelle strade, ricorda il sapore disgustosamente appassionante dell’aranciata amara che a noi ragazzini ci propinava Fernando al chiosco vicino il convento dei Cappuccini.

Un gusto difficile da mandar giù: aranciata sì ma amara.

Serena Grizi

 * Da: Le dimore storiche di Albano, la città dimenticata Tomo I, 2015, Prof. Alberto Crielesi pagine: 13, 23, 27

Per la elaborazione delle note storiche si rimanda, inoltre, alla bibliografia su Carlo Maratta e Faustina Maratti Zappi

Immagini:

Faustina nella allegoria della pittura – presunto ritratto di Carlo Maratta

Il Casino Maratti: oggi un condominio…

Una edizione de Le rime di G. Felice Zappi e F. Maratti

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26 Set 2017

Autumn Leaves…(le più belle)

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Cadono le foglie, si accorciano le giornate: prendersi una pausa da tutto e ascoltare

Chet Baker (immagine web)

 

https://www.youtube.com/watch?v=sgn7VfXH2GY&feature=youtu.be

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23 Ago 2017

Mare-e

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Vignetta di Altan

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15 Giu 2017

Cinetempo – Fortunata, anti eroina tutta romana…

http://www.controluce.it/notizie/fortunata-anti-eroina-tutta-romana/

 

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29 Mar 2017

Di-aria, tempo di racconti &…gialli

6 racconti raminghi – 5 racconti ricchi di invenzioni e personaggi: alcuni ispirati alla storia recente, altri di pura fantasia e un giallo, Il primo giorno di Europa protagonista una suora, Gelinda, e il suo aiutante, un verduraio, romano, detective in pectore e poi il commissario Sordini, padre Mario….

Leggi un estratto da Il primo giorno di Europa e acquista su:  http://www.controluce.it/notizie/prodotto/6-racconti-raminghi/

«La telefonata di Grillo raggiunse Gelinda alle sette, un’ora prima dell’appuntamento serale prefissato al cancello dell’orto, in fondo al parco. Ma a Gelinda, dopo le preghiere, era salita l’ansia ed era già uscita ad aspettarlo tanto che per rispondere al telefono fisso le consorelle avevano dovuto richiamarla. Grillo le faceva sapere che sarebbe arrivato intorno alla mezzanotte, che era fuori Roma e che prima doveva fare una certa cosa. Gelinda gli catapultò addosso le notizie avute da padre Mario e allora Grillo ebbe la certezza che Kamal si era cacciato in un guaio grosso e dentro di sé concluse pure che non l’aveva raccontata tutta, ma non ne parlò a Gelinda e si salutarono.

Dopo la telefonata, Gelinda uscì di nuovo non prima di aver lasciato detto a suor Casimira di non volere cena, che si sentiva lo stomaco stretto.

Casimira, che la vide avviarsi accigliata, con due libri di fede involtati nel cuoio scuro le disse: «Gelì, prenditi qualche ora d’allegria, tu pensi troppo».

La voce di Sandrino l’aveva un poco sollevata, ma la giornata di attesa era stata molto più pesante di quanto avesse immaginato. Si fidava del giovane intuito di Grillo, ma averlo visto quasi crescere negli ultimi cinque anni, e sapere in quale storia lo aveva coinvolto, anche se ignara di tutto almeno al principio, le dava una stretta al cuore. La tensione continuava ad essere troppa. Decise che aveva bisogno di rilassarsi e di credere che sarebbe andato tutto bene. Aprì uno dei due astucci di cuoio e cominciò a montare e caricare la pipa. L’orto, seppure ormai quasi al buio, testimoniava la prossima fine dell’inverno. Le gemme dei numerosi alberi da frutto cominciavano a perdere la tenuta da freddo; i passeri schiamazzavano continuando a contendersi i rami più comodi di un grosso lauro in vista della notte. Le consorelle a quell’ora sedevano tutte nel tepore del refettorio per la cena. Gelinda si assestò la giacca di lana spessa e nera lavorata da lei stessa ai ferri e prese a fumare a grandi boccate.

Grillo, rientrato in città, spiò da un vicoletto i lavori di chiusura del negozio da parte del padre. La grossa stazza ben piantata sulle gambe dava ordini ai due garzoni giovani di sistemare le casse all’interno e di preparare le serrande per la chiusura: poi, ogni tanto, tra smarrito e imbufalito spiava a destra e a sinistra dell’ampia strada, batteva un piede tre volte, faceva un cenno con la testa come per dire ‘sì sì’ inseguendo un suo proposito e ricominciava a strillare. Grillo non si sbagliava di tanto se al padre, visto di profilo, intravedeva due spire di fumo che gli uscivano dalle orecchie e una dal naso, come i tori al recinto. Decise che avrebbe passato la notte sul furgone.

Arrivato quasi di corsa davanti al commissariato cercò del commissario. Sordini lo aspettava nel suo ufficio, dopo la telefonata dal porto, impazientemente scettico di ascoltare la storia. Grillo ci mise un po’ per inquadrargli la faccenda del furto nel convento, con la testimonianza avuta da Gelinda più le informazioni arrivate da padre Mario; la storia cominciata in Africa e che proseguiva a Roma, fino a chiedergli se esisteva l’identikit dei due che avevano commesso il falso furto.

Dei due, mercenari stranieri di vecchia conoscenza – lo informò Sordini – non c’era l’identikit, ma gli originali chiusi in guardina da qualche giorno assieme alla mazza da baseball utilizzata come scusa per trattenerli in attesa di accertamenti. Solo che non erano riusciti a scucirgli nient’altro che la frottola del furto su commissione. «Quelli saranno pure africani – confermò Sordini – ma a me, me pareno du’ registratori. So’ giorni che ripetono sempre la stessa solfa».

Eppure, quando Grillo aggiunse il particolare della sciarpa vista all’attaccapanni dell’ufficio portuale, particolare importante datosi che lui l’aveva maneggiata ed era sicuro che fosse la stessa di Kamal, e che era proprio una caratteristica del suo amico quella di perdersi le cose, qualcosa cambiò nel fare scettico e pensoso del commissario.»

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02 Mar 2017

Di-aria – L’aria che tira…scissioni, movimenti

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https://youtu.be/gnBPHWk5FQ8

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