Divertente e commovente il film di Nakache e Toledano, protagonisti i bravissimi François Cluzet e Omar Sy. Le risate sulla ‘strana coppia’ tetraplegico miliardario e giovane assistente di colore senza alcuna esperienza specifica se non la vita, non attendono, per essere stimolate, il classico centro del film, frenate da un (ormai in molte commedie) inevitabile risvolto ’piagnone’, che richiama alla morale della favoletta. Il film prosegue per scarti su molti registri: comico, drammatico, quotidiano, inverosimile, così come accade nella realtà, senza alcuna costruzione rigida. Così già la prima scena vede Philippe e Driss in media res correre con una macchina potente per le strade di Parigi e provare a vivere istanti che potranno ripetersi ogni volta che vorranno senza diventare parabole moraleggianti. Questa è la considerazione per l’abusato ‘diverso’ della nostra società (ma chi avrà poi questi parametri tanto eccezionali da descriverlo il ‘normale’ da cui si discosta tutto il resto, questo non si sa) che vorremmo sempre trovarci davanti. In realtà, che i due protagonisti siano speciali ce lo descrivono subito alcune scene. La specialità non gli viene dall’essere un ex galeotto o un miliardario che può muovere solo la testa, ma dal fatto di essere persone che hanno voglia di vivere, generose, pronte al sorriso, non limitate dietro maschere di invidia scambiata per accortezza, maschere di nevrosi o frustrazione per quel che non hanno e non avranno mai. E anche i residui di qualche sentimento negativo o dannoso per se stessi e gli altri, Philippe e Driss, cercano di lavorarli assieme, uniti da un’intesa che andrà oltre l’amicizia, l’accettazione, con la volontà di non stare a sezionare l’altro per gusti, abitudini, censo… Molti sanno che la differenza nel mondo dell’handicap, se così vogliamo definirlo solo per comodità dello scrivere, la fanno molto spesso le possibilità economiche che non ci sono: alcune persone in carrozzina non possono uscire mai, perchè hanno un solo assistente che le porta, non forte fisicamente come il bel Driss, e diverse rampe di scale in salita o in discesa da affrontare (questo è un esempio doloroso fra tanti). Per questo motivo e per alcuni altri aspetti, il film lo consideriamo una bella favola e basta. Per quanto riguarda la straordinaria umanità che vi circola però non la pensiamo allo stesso modo. Se si vuole, anche con le peggiori difficoltà, qualche volta tutto si riesce a trasformare; allora si può uscire di notte, andare in vacanza, mangiare un gelato in riva al mare e asciugarsi le angosce al sole, reciprocamente, abbracciarsi e sorridere, anche con chi riesce a muovere solo un dito o con chi ci sembra non riesca a fare la differenza fra tutto questo e niente. Questo davvero basta volerlo, con forza…
Però una pagina della ‘solita realtà’ vorrei riportarla attraverso il bell’articolo scritto da Stefano Torossi per la ventennale, e ben fatta, Rivista di letteratura contemporanea Il Paradiso degli Orchi www.paradisodegliorchi.com, articolo riportato integralmente per la parte relativa all’argomento trattato. Ci sembra lucida testimonianza di quella realtà triste, che si ostina a non cambiare, a voler vedere ‘sti ‘diversi’ dappertutto senza saper dire in cosa (nel bene e nel male) sarebbero diversi e cosa facciamo tutti assieme per renderci la vita migliore.
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Nei giorni scorsi un giornalista della carta stampata ormai adottato anche dalla TV, andava dicendo che la visione di Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana da parte di ragazzi di vent’anni sarebbe stata una visione inutile trattandosi di un pezzo di storia (ormai lontana) che coinvolge al massimo le generazioni molto vicine al 1969, l’anno dei fatti della strage di Piazza Fontana. I ventenni presenti lo hanno presto sconfessato, le sue ragioni erano, forse, dettate dalla stanchezza o dalla malafede, o da tutte e due. Trovo che il film, che quei fatti racconta e poi anche della morte di Giuseppe Pinelli e di Luigi Calabresi, abbia molti pregi. La pellicola ha la necessità di muoversi in orizzontale, non come altre pellicole simili che tendono a montare una tensione verticale la quale sfocia in un fatto, magari risaputo, ammantandolo, sempre e ancora, di un’aura di nero mistero. Qui la giustapposizione di molte scene, scelte dal gusto del regista, certo, e dalla sua propensione culturale che poi diviene anche politica, cercano di mettere assieme una realtà, e una realtà di quegli anni, che ci appare più vera perché realmente complessa e agita da molte forze contrapposte. Così ci ricorda o ci mostra, per i non nati o troppo piccoli all’epoca dei fatti, le vicende dei circoli anarchici romani e milanesi, le riunioni dell’estrema destra di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale guidate dal futuro golpista (fallito) Junio Valerio Borghese; la realtà del commissariato di polizia abitato da molti uomini di giustizia e da alcuni nostalgici del ventennio; la battaglia culturale, e non solo, di Giangiacomo Feltrinelli, fortunato editore che proprio vicino alla data della strage partecipava ad incontri pubblici nei quali andava esternando le sue preoccupazioni riguardo un possibile colpo di stato…tutto questo, e molto altro, per raccontare l’Italia che camminava verso una costruzione prima giovanile e operaia, ma che sarebbe potuta diventare di tutti, di quella cittadinanza attiva, protagonista attraverso l’informazione, l’autoformazione e la politica, della vita del Paese e le forze contrapposte che, temendo proprio un cittadino più responsabile ed autodeterminato, anelavano con nostalgia il ritorno di un potere forte, centrale, inamovibile, da mantenersi, se si fosse reso necessario, con ogni mezzo. Difficile non intravedere nel film l’altra strada comune che avremmo potuto percorrere e quella, invece, percorsa fra stragi di stato, verità mai dette e cittadini, ancora, retrocessi a pezzetti di ingranaggio, massa buona per lavorare, produrre, consumare e stare zitta in casa, meglio se un po’ impaurita. Inutile dire che quello in cui non è riuscito lo stragismo, lo ha recuperato abbondantemente la società dell’arrivismo e dei consumi destrutturando profondamente il tessuto sociale che sembrava miracolosamente sopravvissuto al dopoguerra. Il film commuove, senza eccedere mai nella retorica attraverso dialoghi controllati e mai troppo lunghi, chiarezza, istantanee che aiutano lo spettatore a seguire il filo del racconto. Ma commuove, l’affresco epocale e la forza dei singoli, perché fra le righe del racconto portante si riesce a leggere cosa abbiamo perso. In ogni scena si percepisce la possibilità di rimediare alla deriva di una realtà, ancora sarebbe stato possibile lo si sente, edificabile a misura d’uomo che cominciava a sfuggire dalle mani dei cittadini, osteggiata da una ragione di stato che andava restaurando vecchie logiche pre costituzionali. Le scene più ieratiche sono quelle in cui è protagonista Aldo Moro/Fabrizio Gifuni: che immagina l’Italia debba tornare ai tempi delle caverne per ritrovare una verginità perduta per sempre; che tenta di far ragionare gli altri ministri convenuti alle riunioni d’emergenza convocate dopo la strage; che sembra indovinare il futuro mentre porge gli auguri di Natale all’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. La prova attoriale di tutto il cast è ottima, anche per la capacità, di alcuni, di restare sullo sfondo, come pedine ingrigite che vanno o cercando giustizia (il giudice Paolillo/Luigi Lo Cascio) o tentando di restaurare l’antico regime (Federico Umberto D’Amato /Giorgio Colangeli). I due protagonisti Giuseppe Pinelli/Pierfrancesco Favino e Luigi Calabresi/Valerio Mastandrea danno ancora prova della loro misura e bravura, quella che ci fa dimenticare la recitazione distraendoci su un particolare del vestito o del volto, come se su quella pellicola scorresse un documento d’epoca e non una ricostruzione cinematografica. Il cast al completo si trova su molti siti e non se ne cambierebbe un volto per la capacità del regista di mettere in questo cinema, popolare quanto si vuole, attori amati dal grande pubblico, interpreti rassicuranti senza essere scontati.
(Corleone, 2 gennaio 1914– Corleone, 10 marzo 1948)
9 marzo 2012: l’esame del DNA, comparato con quello estratto dal padre Carmelo Rizzotto ha confermato che i resti trovati il 7 settembre 2009 presso le foibe di Rocca Busambra appartengono a Placido Rizzotto.
Come e perché Placido Rizzotto, segretario socialista della Camera del Lavoro di Corleone (PA), scomparve la sera del 10 marzo 1948, ultima tappa di una lunga serie di omicidi politici commessi in Sicilia dal 1944 in poi. 1° film sulla mafia, ideato e diretto da un siciliano. P. Scimeca ha come punti di riferimento Ciccio Busacca e Danilo Dolci, un cantastorie impegnato e un educatore poeta e utopista, ma anche Salvatore Giuliano di Rosi come esempio della necessità di reinventare i modi di raccontare il Sud, pur essendone, nel suo antinaturalismo, stilisticamente lontano. Nonostante qualche slabbratura (l’enfasi musicale degli Agricantus), l’intreccio tra mito (la cadenza da ballata di un cantastorie), storia, antropologia culturale, tecniche da romanzo giallo (gli ultimi 20 minuti), ha un forte spessore narrativo che gli dà una dimensione tragica. Il finale con Dalla Chiesa e Pio La Torre, future vittime della mafia, che si danno la mano non è una trovata retorica: rivela che è “un film di morti che parlano di morti e che a loro volta verranno rimpiazzati da ulteriori morituri” (A.G. Mancino). Grolla d’oro per la sceneggiatura. da il Morandini – Zanichelli Editore
Tu durerai più a lungo del gelo,
perchè sei una roccia, sebbene incrinata.
Tu sei una strada, qualcosa che cresce,
quanto più si allontana. A. M. Ripellino
ComunistaCanto l’uomo che è morto
Non il Dio che è risorto
Canto l’uomo infangato
Non il Dio che è lavato.Canto l’uomo impazzito
Non il Dio rinsavito
Canto l’uomo ficcato
Dentro il chiodo ed il legno.L’uomo che è tutta una croce
L’uomo senza più voce
L’uomo intirizzito
L’uomo nudo, straziato
L’uomo seppellito.Canto la rabbia e l’amore
Dell’uomo che è stato vinto
Canto l’uomo respinto
Non l’uomo vincitore.Canto l’uomo perduto
L’uomo che chiede aiuto
L’uomo che guarda
Nell’acqua del fiume.Dove l’acqua conduce
l’uomo che accende una luce
o quello che trova la voce.Canto l’uomo che è morto
non il Dio che è risorto.Canto l’uomo salvato
non l’uomo sacrificato.Canto l’uomo risorto.
Non il Dio che è li’ morto.Canto l’uomo che è solo
Come una freccia
Nel suolo.L’uomo che vuole lottare
E che non vuole morire.Canto Andrea del vento
Ragazzo di Crotone
Che si fa avanti e racconta
La sua vita di cafone.Anch’io sono partito
Piangevo alla stazione
E poi là nella neve
Dove si poteva sperare.Non c’era l’onda del mare
Là sono arrivato
Anch’io mi sono fermato.Canto l’uomo che ascolto
Con la voce distesa sul prato
Canto chi vuole tornare
Non chi vuole fuggire.Canto Andrea che dice :
« Quella era la mia terra,
Adesso la prendo e la mangio»Lucio Dalla – Roberto Roversi
Lo spettacolo Guardie, ladri e pastasciutta omaggio ad Aldo Fabrizi, curato da Andrea Lolli e presentato al Teatro Gian Lorenzo Bernini di Ariccia lo scorso 22 gennaio, è stata una vera lectio magistralis sul cinema e sulla passione che si può coltivare attorno ai films italiani e ai nostri grandi attori. Attraverso una intensa volata sulla carriera, la vita, gli amori, le amicizie del Fabrizi uomo e attore, il pubblico in sala si è riappropriato di un personaggio notevole e controverso. Protagonista di molte pellicole, belle, importanti, divertenti, a volte sottovalutato dal pubblico e dalla critica suoi contemporanei in presenza di altri ‘mostri sacri’ come Totò, l’onnipresente Alberto Sordi o gli attori belli e tormentati che la facevano da padroni negli anni ’40 e ’50 del ‘900 come Amedeo Nazzari. Fabrizi non era un bellissimo, né attore prettamente drammatico o comico, possedendo in pieno le due anime della amara commedia all’italiana e forse le troppe sfaccettature della sua arte lo hanno reso a volte difficile da comprendere. Lo stesso Roma città aperta, splendida pellicola del neorealismo nella quale Fabrizi interpreta l’indimenticabile figura di Don Pietro (sintesi della vicenda umana e civile di don Morosini e don Pappagallo), non ebbe un pronto successo in Italia e anche il suo fortunato incontro con Totò in Guardie e ladri segnò il vero lancio di Totò attore completo, maschera e volto dell’Italia del dopoguerra, e una fase di stasi, invece, per Fabrizi. La forza recitativa di Fabrizi è chiara nei lavori cinematografici, come la capacità di far ridere a crepapelle delle sue macchiette teatrali e televisive del tranviere, dello scolaro, dello strillone, tutti i mestieri che aveva dovuto affrontare nella difficile gioventù, rimasto prematuramente orfano di padre, vere macchine di comicità. Il riappropriarsi lento del personaggio da parte del pubblico in sala è stato costruito in crescendo dalla capacità narrativa di Andrea Lolli (autore per il teatro e il cinema, attore di fiction televisive) che, caratterista a sua volta anche in partecipazioni per il grande schermo, ha voluto raccontare un po’ il complicato destino che accomuna molti di questi bravi e intensi attori del nostro cinema di ieri e di oggi. La sensazione del pubblico in sala di aver ritrovato nella sua vera essenza un grande attore, la cui carriera è stata dipanata tra racconto e contributi filmati, è divenuta vera catarsi alla fine dello spettacolo con la visione dell’ultima apparizione televisiva di Fabrizi nel 1987. L’attore, scavato e invecchiato, si mostra seduto e canta il motivo di Mastro Titta in Rugantino, commedia di Garinei e Giovannini che tanto successo personale regalò a Fabrizi nelle edizioni condivise con Nino Manfredi ed Enrico Montesano. La canzone ‘È bello avè ‘na donna dentro casa’ commosse alle lacrime l’attore ormai anziano: Lolli che, giovanissimo, era presente all’avvenimento, imputò il turbamento al ricordo della moglie Beatrice Rocchi, in arte Reginella, scomparsa nel 1981. Nel finale, al pubblico in standig ovation, la sua seconda moglie lo definisce Lolli, l’attore gettò in pegno il proprio cuore, che solo tre anni dopo si sarebbe fermato per sempre. In teatro, a quella vista, dopo 25 anni, applausi e lacrime dal pubblico che ha amato Fabrizi e non lo dimentica nonostante i molti aneddoti sul suo carattere difficile e una carriera caratterizzata da alti e bassi che, però, non gli ha impedito di diventare un attore romano di culto e non solo a Roma. Ad Andrea Lolli il plauso dei presenti e degli organizzatori degli eventi E.T. (Emozioni Teatrali), gli instancabili Giacomo Zito e Luigi Criscuolo della direzione artistica e organizzativa.
Li mejo colori
Me dovete scusà, si appena posso,
batto su un tasto e ce rifò cavallo,
aripetenno come un pappagallo
la cosa che m’ha fatto grande e grosso.A ‘sto tema sfruttato fino all’osso,
nun sò capace a daje l’intervallo,
perchè er colore de la Pasta è Giallo
e er pommidoro p’accondilla è Rosso.Nun tifo pe’ la Roma o pe’ la Lazio,
perch’io la festa più che la partita,
me godo la portata e me ce sazio.Insomma si lo stommico sta in coma
basteno, pe’ ridaje un po’ de vita,
li colori simbolichi de Roma.